Da Venezia 2018 alla stagione successiva. Piccolo bilancio critico

Cinergie – Il cinema e le altre arti. N.15 (2019)
ISSN 2280-9481

Da Venezia 2018 alla stagione successiva. Piccolo bilancio critico

Roy MenariniUniversità di Bologna (Italy)

Alice AutelitanoCineteca di Bologna (Italy)

Pubblicato: 2019-07-16

Ad alcuni mesi dalla conclusione della 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia diretta da Alberto Barbera, possiamo anche quest’anno proporre su Cinergie un bilancio critico per comprendere in che modo il festival ha offerto spunti sulla stagione successiva. Come noto, uno dei temi principali è stato il rapporto tra Netflix e la selezione. Diversamente da Cannes (che he poi ribadito la scelta nell’edizione di maggio 2019), Venezia ha accolto lungometraggi prodotti dalla piattaforma internazionale, e lo ha fatto sapendo di avere almeno due importanti frecce al proprio arco per il contesto internazionale. La prima è ovviamente Roma di Alfonso Cuaròn, film che ha inanellato dall’autunno in poi molti premi (culminati alla notte degli Oscar con il Miglior film straniero e la Miglior Regia), e soprattutto paradossi continui, come l’aver raggiunto le sale italiane grazie alla distribuzione di una Cineteca (quella di Bologna). I risultati, dal punto di vista empirico, sono stati probabilmente buoni, dove per probabilmente si intende che Netflix ha chiesto di non divulgare i dati di incasso in sala, per politica aziendale.

Il secondo colpo è stato l’aver ospitato l’anteprima mondiale dell’opera postuma di Orson Welles, The Dark Side of the Wind, su cui cinefili e storiografi si sono presto scontrati. Si trattava della conclusione credibile di un montaggio durato fino alla fine della vita dell’autore o di un final cut molto discutibile, estratto dalle tante ore di girato di un film che doveva rimanere incompiuto e proposto come tale? In ogni caso, meglio certamente averlo potuto vedere piuttosto che il contrario.

Ovviamente, i meriti di Barbera sono significativi, ma la lungimiranza di Netflix ancora più evidente. Che cosa c’è di meglio di un film d’autore messicano in bianco e nero, in grado di guadagnare il Leone d’Oro e di segnare la stagione, e del film inedito di uno dei più grandi cineasti della storia del cinema, per accreditarsi come un soggetto che protegge la cinefilia e come alleato della qualità? Se si aggiunge la dimensione politica garantita dal terzo film Netflix presente, Sulla mia pelle, capiamo perché queste operazioni di legittimazione culturale e di accrescimento del capitale simbolico hanno utilizzato al meglio la vetrina di Venezia 2019.

Sul mercato più tradizionale, invece, ci sono film che nel resto dell’anno hanno ampiamente “sotto-performato” da tutti i punti di vista: critico, di successo, di reputazione. Se Suspiria di Guadagnino ha almeno potuto contare su un sostegno talvolta iperbolico della cinefilia radicale, First Man ha lasciato tutti molto freddi, e fallito l’appuntamento col cinquantenario della Luna e con i numerosi premi si supponeva avrebbe potuto o dovuto fare suoi (segnando una battuta d’arresto per Damien Chazelle). Al contrario, un film atteso con moderata curiosità e senza fanfare come La favorita di Yorgos Lanthimos ha generato un imprevisto seguito presso le audience internazionali, molto raro per un film che utilizza dall’inizio alla fine il registro grottesco e marche stilistiche non popolarissime (fish eye, grandangoli, inquadrature sbilenche). Certo, il terzetto di attrici ha molto aiutato il successo culturale di un’opera molto ibrida, che difficilmente potrà avere future imitazioni.

In buona sostanza, ci pare di poter confermare quel che abbiamo già scritto su Venezia un anno fa. Il mutato scenario nello scacchiere dei grandi festival europei ha giovato alla Mostra, che continua ad avere nel rapporto con il “cinema da Oscar” e con le nuove piattaforme un elemento di forza e solidità. Cannes 2019 ha reagito con forza, ma pur sempre nella direzione che le è consona, ovvero il grande cinema d’autore internazionale. Che le due identità ormai si siano definite non può che fare bene alla vecchia Europa, pronta a resistere a quei festival americani (New York) e canadesi (Toronto), di cui si dice ogni anno che siano pronti a seppellire i nostri.

Caso mai, è interessante notare che si comincia a discutere di quel che accadrà dopo il 2020 (ultima edizione delle nove consecutive del doppio mandato Barbera), anche se l’impossibilità di prevedere che cosa sarà della politica italiana di qui ad allora, rende tutto molto prematuro: Venezia rimane sospesa nel dubbio, e lo sarà probabilmente fino all’ultimo. Con Berlino che nel 2020 sposta le date in avanti per scavallare gli Oscar (anticipati rispetto al solito), sotto la nuova direzione dell’italiano Carlo Chatrian, sarà interessante osservare i movimenti del mercato.

Quanto all’imprendibile soggettività dei festival, siamo anche quest’anno di fronte alla lunga fase di riequilibrio tra la forma dell’evento culturale/spettacolare e la circolazione sempre più massiccia di prodotti audiovisivi globali nell’epoca dei media digitali. L’edizione 2018 non poteva ambire a dare risposte definitive in questo senso, né ovviamente è questo il compito dei direttori artistici – cui si chiede di ragionare volta per volta sul mutato assetto del consumo. Tuttavia, è proprio questa fase di passaggio che sta garantendo ottime opportunità per la ricerca (come dimostra il caso Netflix) e che offre stimoli alla riflessione, ben oltre queste rapide note.

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