Orizzonti globali e installazioni video alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

Cinergie – Il cinema e le altre arti. N.12 (2017)
ISSN 2280-9481

Orizzonti globali e installazioni video alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

Elena MarcheschiUniversità di Pisa (Italia)

Elena Marcheschi is junior researcher at Pisa University (field L-ART/06). She is the author of essays and articles focused on new media, videoart and experimental cinema, and she has curated festivals and exhibitions. She is also author of two monographs: Videoestetiche dell’emergenza. L’immagine della crisi nella sperimentazione audiovisiva, Kaplan, Torino 2015, Sguardi eccentrici. Il fantastico nelle arti elettroniche, ETS, Pisa 2012 and co-curator of I film in tasca. Videofonino, cinema e televisione (with M. Ambrosini e G. Maina), Felici Editore, Pisa 2009. She is in the editorial staff of «Cinéma&CIE. International Film Studies Journal», and since 2005 she collaborates with INVIDEO – International Exhibition of Video Art and Cinema Beyond.

Pubblicato: 2017-12-04

Keyword: reviews; Venezia; Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia; video

Immagini senza confine, che superano limiti linguistici e formali, che debordano dai media di appartenenza per essere coinvolte in ibridazioni fluide: il panorama artistico audiovisivo attuale offre un’evaporazione tale delle identità mediali che sempre più spesso risulta difficile, soprattutto in ambito sperimentale, riconoscere la complessità genetico-strutturale delle opere. Questa idea di sconfinamento, di espansione dell’orizzonte visivo diventa ancora più articolata se prendiamo in considerazione le videoinstallazioni, sorelle maggiori ed “espanse” del video monocanale, con la loro storia multiforme tra videoscultura, videoambienti e interattività, legate al cinema attraverso intricati rapporti teorici ed espositivi e oggigiorno coinvolte in ambiziose invasioni e riformulazioni dei contesti urbani e di varie forme di spettacolo (teatro, musica, danza...).

Tra le più recenti e importanti manifestazioni nell’ambito dell’arte contemporanea mondiale, anche Viva Arte Viva, 57. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia diretta da Christine Macel, recuperando la concezione umanista di arte come atto di resistenza e come mezzo per reimmaginare e reinventare il mondo, ha ospitato installazioni video, seppure non numerose, disseminate tra le partecipazioni nazionali, la mostra e gli eventi collaterali. E la sensazione complessiva che si è evinta è proprio quella di una pluralità di assetti installativi nei quali convergono arti, estetiche, storie, tradizioni e linguaggi mediali diversi, configurati da artisti attivi sul panorama globale.

Tra i padiglioni nazionali si è distinta per gigantismo e spettacolarità la monumentale Pursuit of Venues [infected] (2015-2017), con i suoi 23mt di lunghezza e 3,3mt di altezza, videoinstallazione presentata nel padiglione della Nuova Zelanda da Lisa Reihana (1964), artista di origine Maori. Interessata al riesame della storia coloniale e al confronto tra quella definita ufficiale e la ricostruzione di una contro-memoria basata su eventi e fatti minori (ma non di minore importanza), Reihana sviluppa opere sperimentali in cui la fotografia, il cinema, l’animazione e la live action si fondono grazie a un accurato lavoro digitale, prestando particolare attenzione agli aspetti installativi delle opere. Tratta ispirazione da Les Sauvages de la Mer Pacifique (1804-1805), un ciclo neo-classico francese di pannelli dipinti su carta in cui vengono celebrati i viaggi nel Pacifico degli esploratori Jean-François de La Pérouse, Louis-Antoine de Bougainville e del navigatore inglese James Cook, in Pursuit of Venues l’artista si è appropriata del formato panoramico grazie a una proiezione multicanale in loop continuo, che mette in scena un ambiente naturale costiero ricostruito attraverso una resa pittorico-animata. Su questo scenario si svolgono contemporaneamente diverse azioni performative realizzate in chroma key, tableaux vivants che presentano rituali tradizionali, balli, scene di vita quotidiana e i momenti di incontro/scontro e relazione tra le popolazioni indigene e gli esploratori europei. Con attenzione minuta verso la ricostruzione storica e veritiera delle ambientazioni (costumi, armi, strumenti ...) e anche grazie a una concezione sonora che combina le componenti acustiche delle scene riprese dal vivo e le ritmiche di alcuni strumenti musicali Maori, Lisa Reihana restituisce scorci di un mondo sospeso tra realtà e immaginazione, interrogando e sfidando gli stereotipi proposti a inizio Ottocento.

Figura 1. Lisa Reihana, Pursuit of Venues, courtesy La Biennale di Venezia
Figura 1. Lisa Reihana, Pursuit of Venues, courtesy La Biennale di Venezia

Diversi sono i confini che l’opera indaga e supera, primo tra tutti la relazione tra immagine pittorica statica e rappresentazione elettronica audiovisiva. Reihana infatti si è appropriata della tradizione del panorama proponendone una reinterpretazione digitale, sovradimensionata, inglobante, che avvolge e trattiene lo spettatore in un’esperienza che possiamo pensare analoga a quella del cinema delle attrazioni. La ricostruzione performativa delle scene, poi, offre una rilettura della storia e degli eventi, forzando il limite di una interpretazione classica, occidentalizzata e imperialista. Il compositing che integra il fondale pittorico 2D e le azioni girate in chroma key, esaltando il gusto per l’esotico di origine romantica, infine, incanta e cattura l’attenzione dello spettatore, offrendo la chiave di conoscenza per un mondo distante, per lo più ignoto, e rispetto al quale l’artista sollecita la necessità di un’indagine personale che sia storica ed etnografica.

Al confine tra la ricerca della verità e la narrazione finzionale si articola anche il lavoro dell’artista australiana Tracey Moffatt, rappresentante del suo padiglione nazionale con la mostra My Horizon, che ha ospitato le serie fotografiche Body Remembers e Passages (entrambe 2017), insieme ai video Vigil e The White Ghosts Sailed In (entrambi 2017). Attraverso l’allestimento di scene dal forte sapore teatrale in ambientazioni desolate e decadenti, nelle sue opere fotografiche Moffatt riflette sul tema della deriva degli uomini, sia in senso spirituale che psicologico, investigando le attuali tematiche della globalizzazione e delle migrazioni. Ed è in questa direzione che si colloca in particolare il video Vigil, incastonato nel muro alla stregua di uno schermo piatto televisivo, quasi a voler invitare lo spettatore a una visione consuetamente e drammaticamente domestica. L’artista ha montato in alternanza una sequenza di immagini fisse di barche traballanti stracariche di rifugiati che solcano i mari, intercalandole con un susseguirsi di primi piani estrapolati da film hollywoodiani in cui vari divi, con sguardi sempre più attoniti e terrorizzati, osservano fuori dalle proprie finestre il compiersi del naufragio. Moffatt ha rielaborato le immagini dei migranti conferendo loro un aspetto quasi pittorico, irreale, solarizzando e saturandone i colori, per poi stendere sul mare uno strato rosso sangue che accentua l’idea di tragedia e morte. Grazie all’accompagnamento di una musica tesa e inquietante, l’artista costruisce un montaggio alternato e serrato per evidenziare i divari e le disuguaglianze che caratterizzano lo stato di crisi mondiale attuale. Lo fa abbattendo il confine mediale che intercorre tra tv e cinema, mixando la cruda realtà delle immagini mostrate dalle reti televisive con quelle edulcorate dei film classici, mettendo in contrapposizione due universi, quello reale e quello finzionale, accentuandone il contrasto disperato.