Catastrofe. Dal greco katastrophḗ, il termine designa un rovesciamento, una svolta decisiva: nel lessico della retorica classica esso indicava il momento conclusivo del dramma, il punto in cui l’ordine degli eventi si capovolge producendo una nuova configurazione di senso: un processo di trasformazione, una riorganizzazione degli elementi in gioco che investe tanto la dimensione narrativa quanto quella epistemica. Ma ancor di più ci può dire l’ordine fisico del termine. Lo si scopre prendendo in esame il verbo da cui deriva, katastrépho, rinvio all’immagine dell’aratro che rivolta la terra. Il vomere che incide la superficie del campo rompe la compattezza del suolo e porta alla luce ciò che giace al di sotto: le zolle si ribaltano, il sopra diviene sotto, attivando un processo di esposizione e rimescolamento che consente l’areazione e l’idratazione del terreno. Lungi dall’essere un gesto puramente distruttivo, tale movimento produce le condizioni per una rigenerazione, migliorando le proprietà fisiche, chimiche e biologiche del suolo e predisponendolo alle successive operazioni di semina.
È proprio questa accezione generativa del rovesciamento – tra fine e riarticolazione – che Beyond Catastrophes. Visions and Perspectives on Post-Anthropocenic Italy, curato da Simona Busni e Angela Maiello, recupera e rielabora sul piano teorico, assumendo la catastrofe non come semplice evento distruttivo, ma come dispositivo critico capace di mettere in moto processi di riarticolazione. Così come l’aratro non si limita a incidere il suolo ma ne trasforma la struttura rendendolo nuovamente fertile, allo stesso modo il volume legge la catastrofe come un’operazione che disorganizza assetti consolidati – epistemici, percettivi, territoriali – per rendere possibile l’emergere di nuove configurazioni del visibile e del vivente.
In questa prospettiva, la catastrofe diventa il luogo in cui si dischiude una possibilità: non tanto quella di un ritorno all’ordine precedente, quanto quella di una sua trasformazione radicale. Il volume si colloca precisamente in questo spazio di rielaborazione, intercettando le dinamiche attraverso cui immagini, territori e forme di vita vengono continuamente rimescolati, esposti e riconfigurati nel tempo del post-Antropocene.
Ecco che il volume intercetta un movimento tellurico, facendo emergere le linee di tensione che attraversano il presente e rendendo intelligibili i processi di dislocazione e riarticolazione attraverso cui si ridefiniscono, simultaneamente, lo statuto delle immagini e le condizioni dell’abitar(l)e.
Lungi dal limitarsi a una funzione rappresentativa del disastro, i contributi raccolti operano all’interno di questo campo di forze, interrogando le immagini come pratiche situate che non solo registrano la crisi, ma partecipano attivamente alla sua configurazione e alla sua intelligibilità. In tal senso, la catastrofe si configura come un operatore di soglia che destabilizza le coordinate percettive e cognitive consolidate, rendendo visibili le infrastrutture materiali e simboliche che sostengono il reale e che, nel momento della crisi, si espongono nella loro contingenza.
Queste le ragioni per cui, seppur si inserisce in un ambito di ricerca in piena espansione, quale quello delle Environmental Humanities e degli studi sull’Antropocene, il volume si distingue ed emerge come un contributo particolarmente incisivo nel panorama contemporaneo. In tal modo, la questione ambientale non viene trattata come un ambito separato o tematico, ma come un campo di forze che attraversa e ridefinisce i regimi della rappresentazione, della percezione e dell’esperienza. Ne deriva un posizionamento teorico che si sottrae tanto al rischio di una naturalizzazione della crisi ecologica quanto a quello di una sua mera estetizzazione, proponendo invece un approccio capace di tenere insieme materialità e mediazione, evento e dispositivo, territorio e immagine, interrogando sì gli oggetti ma anche gli strumenti dell’analisi.
In questa cornice, particolare rilievo assume il modo in cui le immagini si configurano come dispositivi di articolazione tra livelli eterogenei – ecologici, tecnologici, affettivi e politici – contribuendo a ridefinire le modalità di percezione e di relazione con il territorio. Esse operano non soltanto come superfici di iscrizione del trauma, ma come agenti attivi nella produzione di nuove forme di sensibilità e di orientamento – lo esplicita Maiello sin dall’introduzione –, capaci di restituire la complessità di paesaggi segnati da processi di trasformazione profonda. In questa prospettiva, essa opera come dispositivo epistemico che destabilizza le tradizionali modalità di rappresentazione, rendendo inadeguate le opposizioni consolidate tra soggetto e oggetto, natura e cultura, evento e narrazione.
Assunta in questi termini, la catastrofe non si limita a interrompere un ordine preesistente, ma ne rivela la natura intrinsecamente relazionale e instabile, rendendo visibili le reti di interdipendenza tra agenti umani e non umani, processi materiali e forme simboliche. Ne deriva una riconfigurazione dello sguardo, che non può più collocarsi in una posizione esterna e distaccata, ma è chiamato a situarsi all’interno di tali dinamiche, assumendo la propria implicazione nei processi che osserva.
La penisola italiana viene assunta come caso paradigmatico. La sua configurazione geografica – segnata da fragilità idrogeologica, attività sismica e vulcanica – si intreccia con una lunga storia di sedimentazioni culturali, producendo un contesto in cui la dimensione materiale del disastro e la sua elaborazione simbolica risultano strettamente connesse. L’Italia emerge così non semplicemente come oggetto di analisi, ma come spazio critico in cui osservare l’articolazione tra catastrofe e rappresentazione, tra esperienza del trauma e costruzione di immaginari, tra eventi naturali e dispositivi mediali che li rendono percepibili e condivisibili.
La questione della catastrofe viene così articolata lungo una direttrice che tiene insieme materialità e mediazione. Da un lato, essa è evento reale, inscritto nella geografia e nella storia del territorio; dall’altro, prende forma attraverso immagini, narrazioni e dispositivi tecnologici. È qui che il volume intercetta in modo particolarmente efficace il dibattito sul ruolo dei media nelle crisi contemporanee, mostrando come le catastrofi emergano all’interno di complessi assemblaggi di agenti umani e non umani. La nozione di mediashock, elaborata da Richard Grusin (2015), diventa in questo senso uno strumento fondamentale per comprendere come i media non si limitino a rappresentare l’evento, ma partecipino attivamente alla sua produzione e circolazione.
Ne deriva una riconfigurazione delle scale – spaziali, temporali e politiche – entro cui il rapporto tra umano e non umano viene ripensato, in una prospettiva che eccede il paradigma antropocentrico e chiama in causa nuove modalità di coesistenza e di immaginazione del vivente. In questo senso, il volume non solo analizza le forme della catastrofe, ma ne assume la logica trasformativa come principio metodologico, aprendo a una riflessione critica sulle condizioni di possibilità del visibile e sulle pratiche attraverso cui esso viene continuamente negoziato nel tempo del post-Antropocene.
Una volta definite queste coordinate, il volume si sviluppa in due parti coerenti rispetto a questa ipotesi di fondo. La prima parte esplora il concetto di catastrofe da diverse prospettive disciplinari, tra cui la semiotica, la filosofia, le scienze sociali e la teoria del cinema, prendendo in esame il rapporto tra la catastrofe e le sue forme di rappresentazione. L’immagine non è più pensata come riflesso o duplicazione del reale, ma come forma attiva, dotata di una propria agency, capace di intervenire nei processi di significazione e di trasformazione del mondo. In questa prospettiva, il dispositivo cinematografico appare come uno degli attori coinvolti nella catastrofe, al pari degli elementi naturali e delle infrastrutture tecnologiche. La seconda parte del volume traduce queste premesse teoriche in una serie di casi di studio che ridefiniscono il paesaggio italiano in chiave post-antropocenica. Eventi come il Vajont o il terremoto dell’Aquila vengono analizzati non solo come traumi storici, ma come momenti in cui si ridefiniscono le relazioni tra comunità, territorio e memoria. Le immagini – cinematografiche, televisive, artistiche – svolgono un ruolo cruciale in questi processi, contribuendo a costruire nuove forme di percezione e nuove modalità di abitare lo spazio.
Ne emerge un’Italia lontana dalle rappresentazioni stereotipate che hanno dominato l’immaginario moderno: un paesaggio instabile, stratificato, attraversato da forze che eccedono il controllo umano. In questo senso, la catastrofe si configura come un’occasione di verità: un momento in cui ciò che normalmente resta invisibile – le tensioni tra natura e cultura, tra umano e non-umano – diventa improvvisamente percepibile.
L’articolazione tra riflessione teorica e analisi dei casi di studio consente di cogliere l’attualità e la pervasività di tali questioni, restituendone aporie, implicazioni e ricadute con notevole precisione. Tratto che fa del volume un sui generis nel panorama della letteratura afferente alle Environmental Humanities. Beyond Catastrophes: un lavoro puntuale e ricco, capace di intervenire su un orizzonte culturale, politico ed estetico sempre più urgente per gli studi sul cinema, sui media e sull’ambiente.
Riferimenti bibliografici
Grusin, Richard (2015). “Mediashock”. In Structures of Feeling: Affectivity and the Study of Culture, edited by Devika Sharma, Frederik Tygstrup. Berlin-Leiden: De Gruyter Brill.